Il rapporto della famiglia Sammartino con il nostro  quartiere  vanta quasi due secoli di storia e tre generazioni.

A raccontarmene la memoria tramandatale oralmente dai suoi familiari,  è Giusi che incontro in un caffè di Via Merulana.

Inizia così questo viaggio a ritroso nel tempo e precisamente nel 1893 quando, per motivi politici, Vincenzo Sammartino lasciò il suo  paese, Marano di Napoli,  e si trasferì a Roma. Dal suo matrimonio  nacquero otto figli: Rosaria, Cristina, Caterina detta Catanina che fu l’ostetrica del quartiere, Michele, Salvatore, Alfredo, Giuseppe e Romolo che, nel 1942,  per essersi rifiutato di tagliare lo “sfraso”, la parte della ciriola eccedente a quella prevista dalla tessera dei generi alimentari di prima necessità, introdotta dal Regime fascista, fu condannato da un Tribunale speciale a 24 anni di reclusione.

Nel quartiere lo scandalo fu grande, Romolo Sammartino rimase in galera per 27 mesi fino al giugno 1944, quando gli  Alleati arrivarono a Roma (1).  Nel 1908, Giuseppe, nonno paterno di Giusi, sposò Isabella d’Antoni, alla nascita  Pannicelli e poi legittimata dal grande  proprietario terriero Gioacchino d’Antoni di San Marcellino, filantropo, con il nome di Isabella Pierina D’Antoni.

Dall’unione di Giuseppe e Isabella, nacquero, tutti nella casa di Via degli Equi: Gioacchino nel 1908, Candida, detta Dina, e Teresa.

Inizialmente il forno di famiglia si trovava in Via degli Equi 60 ( dove  lavorò per un periodo di tempo Livio Emilio che poi aprì un suo forno, tuttora attivo in Via Tiburtina). 

Negli anni 20 Giuseppe decise di emigrare, ma venne fermato dalla moglie  Isabella proprio mentre stava per imbarcarsi sulla nave che lo avrebbe portato in America. Così lasciò il forno di Via degli Equi 60 e ne aprì uno suo all’inizio della stessa  via.  

Iniziò così la storia del forno di Giuseppe, un’azienda familiare  con diversi dipendenti,  un forno a legna a tre piani dove all’interno era presente un fornello nel quale si metteva la sansa (ciancia) per accendere il fuoco, sostituita in seguito da gusci di pinoli e di noccioline che venivano acquistati in grandi quantità e conservati nella cantina sottostante.

Gioacchino iniziò da ragazzo a lavorare con il padre, ma desideroso di studiare, riuscì a frequentare il liceo classico del Santa Maria di cui andava molto fiero fino a che, in seguito a un lungo sciopero dei  fornai dell’epoca,  dovette  rinunciare agli studi.

L’undici maggio del 1947 sposò Ermelinda (detta la sora Linda), figlia di Ernesta e Pasquale Di Maro di Chiaiano (Napoli),  che lo affiancò nell’attività  per tutta la vita e restò al comando anche dopo la sua morte.

I due si erano  conosciuti  a Roma, ma il matrimonio fu celebrato in casa della sposa dove era stata allestita una cappella e la messa fu cantata dal coro del San Carlo,  grazie ai rapporti della famiglia  con  la duchessa Isabella Caracciolo. Trascorsero il loro viaggio di nozze in Sicilia, terra cara allo sposo che vi aveva prestato il servizio militare.

Gioacchino ed Ermelinda ebbero tre figlie: Isabella nel 1948, Ernesta nel 1950 e Giuseppina nel 1955. ll nome di Giuseppina fu subito sostituito con Giusi  per evitare che nel quartiere la chiamassero  Sora Peppa. La mamma Linda, una donna  molto aperta, trasmise  alle figlie l’amore per lo studio e infatti tutte e tre intrapresero  dei percorsi di studio: Isabella in Storia dell’arte,  Ernesta in Giurisprudenza e Giusi in Lingua e letteratura russa.

Il forno di Sammartino ha rappresentato un’ istituzione nel quartiere di San Lorenzo e ancora  oggi, anche se l’attività  non c’è più,  il suo ricordo è rimasto scolpito nella memoria di tutti coloro che lo hanno conosciuto.

In particolare, le bambine e i bambini di allora ricordano il  profumo della pizza bianca e rossa (ideata dalla Sora Linda) e le merende che Sammartino e la moglie, come simpatici nonni (lui sempre vestito con un camice color tabacco e lei bianco),  preparavano agli alunni che andavano a scuola: pizza  o panini all’olio  imbottiti con la barretta di cioccolata al latte Elah, che allora costava 10 lire.

Il negozio, oltre alla vendita del pane che veniva prodotto due volte al giorno, era una vera e propria drogheria dove si poteva trovare di tutto, dal  caffè sfuso di varie torrefazioni ai liquori di marca a prezzi convenienti, alla  pasta  e  a tutto ciò che esisteva nel meraviglioso mondo dei dolciumi come caramelle, cioccolate , baci perugina, spezie e tanto altro. 

Gioacchino ottenne, per l sua attività,  vari riconoscimenti fra cui la medaglia d’oro dall’Associazione.

Nel corso degli anni il locale si  ingrandì  con la realizzazione di un bar di cui si occupava  prevalentemente la figlia Ernesta. Fu il bar che ebbe per primo a San Lorenzo il telefono a gettoni  e a scatti , che consentiva di mettersi in contatto con i propri familiari  in tutto il mondo,  cosa che fu una vera novità per il quartiere. Fu inaugurato il 19 luglio 1965 alla presenza del Sindaco Americo Petrucci.

Purtroppo a soli 67 anni, il 19 luglio 1975, nella giornata simbolo del bombardamento di San Lorenzo, Gioacchino  morì improvvisamente,  stroncato da un arresto cardiaco. La sera precedente, nonostante avesse avvertito un certo malessere,  aveva comunque dovuto produrre oltre 100 filoni, sia per la trattoria del piccolo Molise che allora si trovava in Via Tiburtina,  che per altri negozi poiché,  il fornaio dell’associazione, anche lui sofferente, non aveva potuto sostituirlo.

Si aprì  quindi  un nuovo capitolo nella storia della famiglia Sammartino in quanto le figlie dovettero affiancare la madre Linda nel portare avanti l’attività . Dopo la morte di Gioacchino, l’attività di panificazione venne affidata al “Sor Olindo”, ma  a detta della clientela, il pane la pizza non erano più come prima! Mi racconta  Giusi che il papà aveva un sogno nel cassetto che non riuscì a realizzare: quello di  aprire un supermercato. Infatti si era incontrato più volte anche a cena con la famiglia dì Tommaso Scarparo, a suo tempo titolare di varie attività a San Lorenzo,  tra le quali la  famosa cartoleria di Via dei Sabelli. Scarparo aprirà il  primo supermercato dal nome Tommy, che poi diventerà GS ed ora Carrefour. Nel frattempo Linda subirà, all’età di 80 anni , un delicato intervento chirurgico che supererà egregiamente, ma che  la debiliterà tanto da non consentirle più di seguire il negozio. Da qui, nel 1997, la  dolorosa decisione  di chiudere l’attività.

Il locale fu dato in gestione a quello che diventerà  uno dei ristoranti più conosciuti  nel Lazio (ma anche oltreoceano),  il  famoso “Franco ar  Vicoletto, il re del pesce” che, attualmente,  nonostante la  morte di Franco, è gestito in continuità con le sue tradizioni.

Giusi ricorda con tristezza  alcuni episodi spiacevoli di cui fu vittima la sua famiglia e, in particolare,  suo padre,  provocati da alcuni condomini del suo palazzo e da maldicenze ingiuste  che avevano lo scopo di portare discredito alla sua immagine.

Cita ad esempio l’episodio in cui, nonostante avesse richiesto le autorizzazioni per introdurre una tubazione per scaricare i gusci dei pinoli e delle noccioline per accendere il fuoco  direttamente nel magazzino,  arrivarono  5 volanti della polizia chiamati da persone del palazzo in contrasto con lui. Di ciò rimase molto rattristato.

E aggiunge di alcune dicerie malevole sulla sua avarizia , mentre al contrario mi racconta  che suo padre,  anche senza sventolarlo ai  quattro venti,  in realtà aveva aiutato  tanti Sanlorenzini che si trovavano in difficoltà soprattutto durante la guerra quando il pane era razionato,   cancellando debiti che non potevano pagare  o recandosi  in banca per  prestare la sua garanzia a coloro che facevano richiesta di un mutuo o di un fido bancario. Lei lo ritiene  un “mal sentire” che ha fortemente condizionato le loro scelte di vita perchè si sa …la calunnia è un venticello….

Siamo quasi alla conclusione del racconto e mi dice con gioia che la mamma è ancora vivente. La sora Linda ha appena festeggiato i suoi 103 anni, esce solo raramente,  soprattutto per andare a votare, per farsi i capelli o in banca “e la cosa che mi commuove di più”, mi dice, “è che tutte le persone da qualsiasi esperienza vengano, salutano con il cuore la sora Linda, con tenerezza, abbracci e carezze. Ricordano la signora di allora dietro il bancone del negozio che tagliava la pizza e dava la merenda; era come una figura storica e vicina a tutte e tutti, anche ai giovanissimi che entravano alle 8.30 alla Scuola Borsi. Ora la incontrano ultracentenaria e loro, con figli/e nipoti e con le loro esperienze, la coccolano come in una naturale inversione di ruoli”.

Rivederla infatti vuol dire per tanti  tornare a un…c’era una volta ingenuo ma felice e a risentire ancora il mai dimenticato profumo della pizza e del  pane fresco.

La Sora Linda è assistita amorevolmente dalle figlie,  in particolare da Isabella che vive con lei .  Ernesta,  dopo la  chiusura dell’attività, ha smesso di  lavorare e segue il marito ingegnere, Giusi invece si è sposata con Jamil Awan del Kashmir, laureato in lingue orientali è interprete e, come presidente della cooperativa Synergasia onlus, si occupa di traduzioni e di accompagnamento dei rifugiati politici. Dal loro matrimonio è nata Nilofer, una ragazza di  29 anni, che ha studiato al DAMS alla Sapienza, che sogna di  insegnare, ma anche  di avviare un’ attività come “Event manager” .

Giusi è una giornalista, scrittrice,  ha insegnato nei licei e ha lavorato per vari quotidiani tra cui l’Avanti,  la Repubblica  e il Messaggero dove pubblicò, nel 1986, il suo primo articolo su San Lorenzo. Attualmente scrive per la rivista on-line “Vitamine vaganti “, un mensile che esce con la voce dell’ Associazione “Toponomastica  femminile”,  nata nel 2014 per restituire voce e visibilità alle donne che hanno contribuito in tutti i campi a migliorare la società. Ringrazio Giusi  per il tempo che mi ha dedicato e per la dolcezza con cui mi ha fatto entrare discretamente all’interno della sua famiglia aprendomi la porta dei  suoi ricordi,   anche di quelli tristi che preferirebbe dimenticare. Ci salutiamo con l’intento di non perderci di vista e mi dice che questa iniziativa, che ha apprezzato molto e l’affetto ritrovato dei sanlorenzini, la sta portando a ritrovare la pace con se stessa e a rivedere il suo rapporto con il quartiere. Le rivelo infine che io sono una di quelle bambine che ogni mattina, prima di andare a scuola, andava al forno di mamma e papà per comperare il panino con la barretta di cioccolata… e, senza dire altro, ci abbracciamo!

(1) Mario Sanfilippo, SAN LORENZO 1870-1945,  Edilazio,2003