La storia del più importante stornellatore romano vissuto a Trastevere e a San Lorenzo.

in questo aricolo si narra Sor Capanna la storia del più importante stornellatore romano vissuto a Trastevere e a San Lorenzo.

In via degli Apuli 38 presso la scala G all’interno 13, poco lontano dalla Casa dei bambini fondata da Maria Montessori, ha vissuto, negli ultimi 18 anni della sua vita Pietro Capanna, lo stornellatore romano per eccellenza, universalmente conosciuto come Sor Capanna.

Nato a   Roma il 9 aprile 1865, figlio di Luigi Capanna, pastarellaro, e di Maria Rezzonico, sigaraia presso la fabbrica dei tabacchi di piazza Mastai, Pietro nacque al civico 47 di via Luciano Manara nel rione di Trastevere, dove in gioventù esercitò vari mestieri: fu prima banchista di macellaio, poi ceraiolo alla Lungara.

Dopo alcuni anni però la vampa della caldaia in ebollizione gli procurò una grave congiuntivite, che lo rese quasi cieco e lo costrinse a portare degli enormi occhiali affumicati. e ad abbandonare il lavoro, perché non più in grado di farlo. Per poter vedere portava degli enormi occhiali affumicati (empirico rimedio praticato in quei tempi).

Il giovane Pietro crebbe in quella Roma che, divenuta capitale d’Italia nel 1871 in soli cinquant’anni, dal 1861 al 1911, era stata sottoposta ad una accelerazione economica e demografica senza precedenti.

Pietro Capanna era destinato ad una vita grama, quale poteva prospettarsi in quel tempo per una persona invalida e disoccupata. Ma il giovane Pietro non si perse d’animo e si inventò un nuovo lavoro: iniziò a suonare la chitarra nelle strade e a fare il cantastorie fuori dalle osterie. Sfornava stornelli uno dopo l’altro. Ne sono stati rintracciati oltre mille di sua sicura attribuzione.

Lo stornello romano è una forma di canto popolare, spesso con delle rime. Lo scopo dello stornello è, inizialmente, il contenuto amoroso per poi virare verso lo “sfottò“, la presa in giro, oggi la definiremmo satira, tanto diffusa tra i romani d’allora ma anche di oggi

L’intrattenimento canoro incontrò immediatamente il favore del pubblico popolare per la natura di satira politica dei suoi versi. I suoi stornelli rievocano l’atmosfera dei suoi tempi e si animano dell’attualità dell’epoca: i primi aeroplani, l’omnibus, il lavamani, la brocca e il vaso da notte; ma anche temi sociali che ancor oggi fanno discutere l’opinione pubblica: il carovita, la moda, l’omosessualità, i costumi.

Temi trattati con ironia, a volte amara, dove, puntuale giunge l’ultimo verso con l’ironia graffiante di Pietro che inevitabilmente strappa un’emozione al pubblico popolare. Le più apprezzate risultavano essere quelle costruite sui doppi sensi del filone sessual-goliardico.

Quello che segue è uno degli stornelli più conosciuti:

Diceva er sor Mariano a mastro Pietro:
“Che tempi disgrazziati sò venuti!
Invece d’annà avanti annamo ‘ndietro,
È pieno de ruffiani e de cornuti.
Si le corna a ‘gni cristiano
Diventasse riso o grano,
È chiar’e tonno,
Se sazzierebbe tutto quant’er monno.,

Durante il carnevale il sor Capanna si presentava mascherato da conte, con il suo inseparabile compagno Giggetto ” il Tarmato”, con Checchina Pappagallo sua fedelissima, con er Galletto e con Nina figlia di quest’ultimo. Tutti prendevano posto su una carrettella trainata da uno scheletrico asino sulla quale pontificava il sor Capanna mentre Peppetto delli Monti si preoccupava di vendere le canzonette stampate su foglietti di leggera carta colorata a un soldo e successivamente a due soldi.

Durante la stagione estiva si recava ai Castelli Romani, perlopiù a Rocca di Papa ed a Rocca Priora, sostenuto da Enrico Ferri suo ammiratore. Sul muro a lato del Santuario della Madonna del Tufo, a Rocca di Papa, si poteva leggere incisa a mano, questa iscrizione: “Er sor Capanna e Giggetto qui passarono – agosto 1906“.

Sembra di vederlo andare in giro per le strade cittadine con altri artisti di avanspettacolo, che gli facevano da spalla, trasportati da un variopinto carrozzone trainato da Pantalone, l’asino della compagnia. L’apice del successo lo raggiunse nei primi anni del ‘900, in concomitanza con avvenimenti epocali quali la Guerra di Libia, la Prima Guerra Mondiale dove Capanna da il meglio della sua vena satirica.  Nel 1907 da “Alfredo alla Scrofa” ricevette l’ applauso anche di Beniamino Gigli. Aveva formato un gruppo con la moglie Augusta, cantante, e tre suonatori di mandolino e organetto, soprannominati Righettone, Comparetto e Galletto.

Tra i più famosi quello del “Zipeppe” del 1911, cantato anche da Petrolini alla Sala Umberto:

Na notte m’ insognai che stavo ar mare

a fà li bagni co’ ‘ na signorina,

mentre notavo in mezzo a l’ onne chiare

io me n’ accorsi ch’ era assai carina.

Tutto a ‘ n botto me svejai,

fuor der letto me trovai!

Poi s’ ariseppe che stavo co’ li piedi ner zipeppe.

L’incontro con Ettore Petrolini

Nel 1913 viene portato sul palcoscenico della Sala Umberto da Ettore Petrolini, allora stella nascente della canzone satirica romana, che lo presenta al pubblico come “il suo maestro”. “Petrolini? Un bravo ragazzo… un mio imitatore. Lui fa li bijetti da mille e se li gioca, io fo li sordarelli e me li magno!”- rispondeva di rimando il sor Pietro, con un pizzico di autocommiserazione. Altrettanto famoso quello ideato nel 1914 quando alla Fontana delle Najadi di piazza Esedra, lo scultore Mario Rutelli realizzò tra le ninfe la statua del Glauco in lotta col tritone. Sor Capanna non seppe trattenersi di fronte all’ uomo che stringe tra le braccia un pesce mostruoso:

C’ è a piazza delle Terme un funtanone

che uno scultore celebre ha guarnito

co’ quattro donne ignude a pecorone

e un omo in mezzo che fa da marito.

Quanto è bello quer gigante

Iì tra in mezzo a tutte quante:

cor pesce in mano

annaffia a tutte quante er deretano

Scrisse oltre 5000 stornelli

Rimasero famose le strofette (ne scrisse circa cinquemila) della sua canzone “Bomba c’è”, scritta e declamata durante il periodo della guerra mondiale, quando criticò l’atteggiamento delle donne addette al servizio della Società Romana tramvie e omnibus con questi versi:

Si giri tutta Roma

nun trovi ‘na mammana:

l’ha requisite tutte

la Società Romana!

Bomba c’è – Bomba c’è

Mal gliene incolse. Le donne lavoratrici, sentendosi offese, lo attesero di sera sotto casa, nel quartiere San Lorenzo, e lo picchiarono di santa ragione. Del periodo della Prima Guerra Mondiale si ricorda la mancanza di pasta alimentare e la strofetta:

Il generale ecetera

Se magna li spaghetti.

e a li poveri sordati

je dà li fichi secchi.

Bomba c’è – Bomba c’è

L’aumento dei prezzi degli alimentari portò con se l’aumento della fame. L’attività canora del Sor Capanna si incrementò di molti stornelli, ma anche a lui toccò di stringere la cinta. Vediamone un paio. Sulla melodia di “Addio mia bella, addio” i versi divennero:

“Addio spaghetti, addio

da quarche tempo nun ve magno più

er gargarozzo mio

nun è più bono de mannavve giù.

Tanto fettuccine che rigatoni

nun so perché, nun so più boni.

Che brutti tempi che pe’ voi so questi

parete colla pe’ li manifesti”.

Sul rincaro del prezzo del vino, cantava:

“Cor vino, anni fa’, se stava bene

davero se beveva ch’è ‘n piacere

nun ce soffrivi mica tante pene

co’ tre baiocchi daveno ‘n bicchiere.

‘Nvece adesso, porca dina

fanno beve la benzina

e costa caro

co’ tre baiocchi te ne da ‘n cucchiaro.”

Il dopoguerra

Il dopoguerra la situazione non migliorò; i reduci dal fronte non trovavano lavoro e le agitazioni e gli scioperi erano all’ordine del giorno. Er Sor Capanna commentava:

“Prima magnavi a mozzichi

adesso a mollichelle

mò er prezzo d’ogni genere

te fa aggrincià la pelle.

Hai voja de scioperà,

hai voia de guadambià

si e no che te ce scappa

quarche coda de baccalà.”

A causa dei testi taglienti e scanzonati inciampa però sempre più spesso nelle maglie della censura, tanto da essere fermato dalla polizia e subire varie volte il sequestro del suo strumento di lavoro.

Logorato da una vita dura, nell’ottobre 1921 Pietro Capanna è colto da infarto mentre si esibisce. Un implacabile attacco di arteriosclerosi, che lo affliggeva dal 1920, lo costrinse a ricoverarsi al Policlinico dove, malgrado le premurose cure del Prof. Zeri, morì a 56 anni, il 23 ottobre 1921.